
Che in Tibet sia in atto una sanguinosa repressione è cosa oramai accertata. Che il governo di Pechino stia rispondendo negativamente alle sempre più numerose richieste di tolleranza nei confronti dei cittadini e dei monaci tibetani non è una notizia dell’ultima ora. Ciò che si poteva invece ipotizzare - anche questa cosa oramai è stata accertata - è che la macchina propagandistica della Repubblica popolare cinese stava lavorando a pieno regime. Dopo aver espulso tutta la stampa straniera, la quale tra l’altro non ha mai avuto il permesso di muoversi liberamente nel territorio tibetano, dopo aver fortemente limitato la diffusione delle notizie riguardanti le vicende del Tibet sul web, è stato comprovato che tutti i filmati della rivolta diffusi dalla televisione di stato cinese sono frutto di un sapiente montaggio. La redazione del Tg3 night news ha trasmesso un servizio, nella notte tra il 20 e il 21 marzo, nel quale venivano svelati i trucchi “cinematografici” usati dalla propaganda cinese, che mostrava come erano stati i monaci tibetani ad assaltare l’esercito cinese, costretto, naturalmente, a difendersi. Ma il servizio del tg3 trasmettendo lo stesso filmato, ma da un’altra angolatura, ha mostrato come i monaci non solo avevano fatto da cuscinetto tra i manifestanti e le forze di polizia, ma come erano impegnati a placare gli animi dei manifestanti. Le accuse delle autorità cinesi si inseriscono perfettamente nelle dichiarazioni fatte nei giorni scorsi. Il governo cinese prima ha accusato il Dalai Lama di fomentare i monaci contro il governo precostituito e poi hanno bollato i manifestanti come un gruppo di pericolosi delinquenti “che andavano puniti severamente”. Solo ieri (20 marzo) le autorità cinesi hanno ammesso, dopo 9 giorni di continue smentite, che “nei giorni scorsi, vi sono stati scontri nelle contee di Xiahe, Luchu e Machu. Pochi fuorilegge – ha dichiarato il portavoce del governo Zhang Yusheng - hanno distrutto con violenza negozi, scuole ed altri edifici statali. La polizia ha usato la massima severità per fermarli”. Zhang non fornisce, però, alcun dato sugli arresti (alcuni addirittura si sarebbero costituiti volontariamente) o sulle violenze compiute, e nega che vi siano state delle vittime. Scontri che nella giornata di domenica hanno “costretto” l’esercito cinese ad aprire il fuoco sui riottosi ferendone quattro (in un primo momento l’agenzia ufficiale di Pechino, Nuova Cina, aveva parlato di quattro vittime).
