
“Perché noi oggi ci interroghiamo tanto sul futuro della democrazia? Venti anni fa non era così.” Il prof. Schiamone ricorda che sembrava di essere entrati nel periodo in cui la democrazia rappresentativa di stile liberale, fondata su partiti di massa, sullo stile americano o europeo, si sarebbe in breve imposto come modello globale di organizzazione sociale. Questa euforia nasce subito dopo la caduta dello stato sovietico. Ma questi venti anni hanno fatto, invece, giustizia drammatica di questa opinione, perché i problemi che la democrazia ha dovuto affrontare sono stati tali e tanti da farci interrogare sul suo destino e sulla sua forma futura.
“La risposta alla domanda è in qualche modo paradossale. E’ accaduto che le stesse forze e i processi che hanno consentito di spazzare l’URSS hanno determinato questioni che hanno messo in dubbio sia la democrazia a cui si mirava sia quelle che conoscevamo. Noi, oggi, siamo ancora nel cuore di questo problema, ma ci appare più chiaro che il collasso immediato della Russia sovietica è dipeso dalla grande rivoluzione tecnologica avvenuta a partire dalla metà degli anni ’80, più incisiva e radicale addirittura di quella industriale dell’800”, perché ha modificato la struttura e le relazioni sociali.
La rivoluzione tecno-economica si connette alla forza autopropulsiva dei mercati moderni e si origina nella globalizzazione, soprattutto dei mezzi immateriali (servizi e comunicazione). “Ora siamo solo agli inizi della globalizzazione, ai primi balbettii. Non sappiamo ancora come si svilupperà e cosa determinerà a livello di strutture sociali. Forse ci sarà addirittura uno stravolgimento della intera società.”
Si avverte l’enorme mancanza di prospettive e di regole. Quelle che fino ad ora hanno retto la società vengono percepite come stantie. Ciò è normale in un processo di cambiamento di tale portata. E’ avvenuto anche durante la rivoluzione industriale. In quel periodo gli agenti sociali hanno avuto la libertà assoluta: poco stato, poco diritto, poca etica. Il tutto è stato funzionale alla nascita della nuova struttura sociale e ciò che avvertiamo adesso è necessario per arrivare al nuovo ordine sociale. Ecco perché è nata l’antipolitica, che mette appunto in discussione l’idea odierna di democrazia, in ogni parte del mondo, certamente con la specifica declinazione locale.
La trasformazione in corso sta creando più problemi di quanti non ne possa risolvere, proprio per il suo straordinario successo. Ci sono scelte che abbiamo davanti per le quali le ragioni del mercato, l’assenza di regole e di politica non sono sufficienti. I problemi che sottostanno alle scelte non si riescono a risolvere, neanche con il semplice individualismo. Alla razionalità del mercato va affiancata quantomeno una razionalità “civile”, che abbia al centro la definizione di scelte condivise e il rafforzamento dei legami sociali.
Perciò oggi “è importante il ritorno della politica. Ci troveremo di fronte una grande stagione di ritorno della e alla politica”, un revival del pensiero democratico. Bisogna, anzi, “tornare a riflettere sull’intreccio tra democrazia e politica perché dove c’è politica forte alla lunga arriva democrazia.”
E’ fondamentale la funzione pedagogica dei partiti ed è quindi lodevole l’iniziativa del PD. Serviranno dei politici democratici (e non tanto cattolici come ha sollecitato il Papa perché le divisioni tra cattolici e laici non hanno più senso di fronte a queste sfide).
Ma che cos’è la democrazia? E’ trasparenza e decisione. E la difficoltà della democrazia è oggi concentrata nella poca trasparenza degli intrecci tra tecnica, mercato e potere, sia su scala nazionale che internazionale. C’è bisogno inoltre di un progetto di lungo periodo, perché la tecnica ci trascina costantemente nel futuro. Dobbiamo rimpadronirci del futuro attraverso i progetti. La fine delle ideologie non vuol dire che non si possa pensare “strategicamente” al futuro.
Inoltre, ci sarà “domanda di politica” perché l’idea di uguaglianza è connessa alla idea di democrazia. Bisogna, anzi, ritornare a fare dialettica sull’idea di uguaglianza, come processo per gestire l’uguaglianza di accesso alle opportunità. C’è bisogno di reimmettere idealità nella politica e nella società, nonché di depurare il concetto di socialismo dalle scorie della dittatura sovietica. Oggi viviamo in una forma di produzione capitalistica in cui la produzione di profitti non è legata drammaticamente allo sfruttamento della forza lavoro, proprio per la grande quantità di tecnica utilizzata per produrre beni e servizi. Abbiamo quindi grandi possibilità di riequilibrare le prospettive di qualità della vita delle persone.
Una forza politica con proposte di sinistra sarà ancora più utile per la salvaguardia della caratteristica sociale della democrazia, appunto la uguaglianza. E l’uguaglianza sarà determinata anche dalla capacità di dare accesso alle risorse tecnologiche a tutti, come auspicato da Rifkin per le tecnologie di sfruttamento del solare, non solo per mezzo del mercato, ma anche per scelta politica. Spetta alla politica decidere quanto deve essere estesa l’autonoma attività del mercato.
Giuseppe Ventre
